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Elena Pontiggia
[...] Le geometrie di Iros hanno qualcosa di implacabile: si declinano in lunghe lame taglienti, in strette balaustre che si affacciano sul vuoto, in compatti blocchi neri che terminano con triangoli acuminati come stiletti malesi. Lì, tra queste forme contundenti e laceranti, compare una sagoma d’uomo tanto piccola che la distingui a stento. È poco più di un punto, di un granello di sabbia. Eppure queste forme, da cui l’uomo è come inghiottito, non hanno niente a che vedere con i paesaggi ottocenteschi che esprimevano il sentimento dell’infinitamente grande, del sublime. Pur nella loro disumanità, sembrano costruiti e per così dire approntati dall’uomo [...].
[...] Eppure, a guardar meglio, si tratta di superfici troppo geometriche per essere state generate dalla natura. Nessuna montagna, nessuna grotta ha mai avuto quelle forme. I loro giganteschi congegni possono essere stati fabbricati solo dall’uomo, perché la natura, quando crea, non usa il doppio decimetro. E anche se, come dicevano Galileo e Cézanne, il libro dell’universo è scritto in caratteri matematici, la sua è una geometria segreta, una matematica invisibile, non un profilo evidente. Sembra dunque questo l’insegnamento degli ultimi, intensi quadri di Marpicati (che, provenendo dal realismo esistenziale, si è dedicato nei suoi lavori più recenti a composizioni in cui l’immagine è sempre meno evidente, sempre più mimetizzata. Un tempo si sarebbe detto che la ricerca dell’artista è passata dalla figurazione all’astrazione, ma oggi una simile contrapposizione è fortunatamente superata, perché si è compreso che in arte quello che conta non sono gli stili, cioè l’ideologia, ma il linguaggio, cioè l’arte stessa). Sembra dunque, dicevamo, che gli ultimi, suggestivi, quadri di Marpicati ci dicano di luoghi creati dall’uomo, in cui però l’uomo per primo si sente a disagio [...].

Milano, aprile 2009

 

Mauro Corradini
Sono lontane le intense pagine collegabili al realismo esistenziale poste tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta; nel tempo, senza abbandonare le tensioni che hanno animato la sua stagione giovanile, Marpicati ha “smussato” in una certa misura le forme, tendendo sempre più ad una sorta di stilizzazioni, ad una sorta di contenimento dei flussi emozionali; riportate a ragione le forme, attraverso un linguaggio sempre più, montallianamente, “scabro ed essenziale” [...].
[...] Stemperate le forme, rimane il portato espressivo di un artista che nei suoi rinnovati paesaggi urbani ritrova rinnovate solitudini, le medesime, seppur diverse, dimensioni di scoramento e amarezza, che sono state il sale della sua iniziale stagione; là, per gridare la sua rabbia; qui per stemperare, attraverso i contrasti formali, una lettura ancora carica di incertezze, su un mondo che cambiando forme non cambia sostanza.

Brescia, 11 novembre 2010