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Mario De Micheli
Quanti anni sono che Iros Marpicati non è presente con una mostra nella sua Brescia? Almeno dal 1964 [...].
[...] Ecco, vorrei dire che per Iros la questione non è mutata: ancora oggi cioè i problemi ch’egli si pone sono della stessa natura, appartengono alla medesima situazione. Non è un caso se il primo quadro che ci presenta parte da una citazione di Guernica. In altre parole la sua intenzione è quella d’avvertirci che la sostanza del suo discorso non è mutata, anche se egli non è mai stato un “picassiano”: non è mutata perché rimane legata all’impegno terrestre dell’uomo, alle sue preoccupazioni, ai suoi assilli profondi. È per questo che ogni suo quadro è un esplicito “ecce homo” costretto tra paesaggi di astratta e crudele aggressività. Ogni corpo ch’egli dipinge, quasi senza colore, è quindi come una vittima sacrificale. La violenza della “civiltà” ci colpisce, non ci dà scampo. Intorno a noi ci sono le trame di città spietate, dove siamo assediati da perversi aculei, da lame taglienti che ogni giorno ci feriscono [...].
[...] Quanto ai suoi “nudi” è invece la tenerezza che domina, la delicata istanza della passione che pretende il riscatto. Patiti e amorosi, questi giovani sono invasi da un’ebbrezza di morte. È una sfida quella che ci rivolgono. Ed è appunto così che Iros li dipinge. Custodirne l’immagine è quindi un impegno da non lasciar cadere: così egli li conserva per sempre nelle sue immagini. Con emozione noi possiamo solo guardarli, perché sono il tributo a un incanto che ormai da anni abbiamo perduto.

Milano, ottobre 1996

 

Fausto Lorenzi
All’Aab, dove ebbe sede una confraternita di Disciplini, i grandi cartoni intelaiati di Iros Marpicati, montati a polittico, assumono un esplicito riferimento alle pale d’altare: ci confessano la stessa aspirazione a un ordine figurativo sacro. Una figura di giovane ignudo, avvinto da una spossatezza mortale, giace come un ignaro capro espiatorio, assediato da paesaggi andati in frantumi. La disposizione stessa delle opere ha la simmetria d’un’ossessione rituale. Una trenodìa, un canto di morte su un’innocenza offesa [...].
[...] Marpicati è quasi manieristico, in certi addensamenti cupi di neri o stordimenti lattei di bianchi, in trasparenze glaciali, ma il corpo che riottosamente resiste perlaceo, quasi senza colore, in una sua impenetrabile bellezza (un ecce homo dice Mario De Micheli nella presentazione in catalogo) è umanissimamente disperato, sul tavolo anatomico d’una stremata, ultima pietà. Marpicati avrebbe voluto titolare questo suo ciclo Pastorale: un sudario di luce spietata e dolcissima, spiritata e dolente avvolge l’angelo decaduto verso un limbo di notte bianca del mondo. All’artista ritrovato resta questa consolazione, il sogno della visione.

Brescia, novembre 1996