Giorgio Kaisserlian
[...] Iros Marpicati si inserisce in questa traiettoria dinamica, che dal surrealismo va verso un neo organicismo pre-figurativo, pieno di fermenti. Se le sue composizioni meno recenti evocano spesso delle forme dall’aspetto meccanico, quelle più nuove fanno pensare a degli oggetti insoliti. E ci pare che da essi si sprigioni una carica vitale che potrà domani concertare delle sorprese [...].

Milano, novembre 1961

 

Mario De Micheli
Oggi, per un artista, non è possibile restare indifferente davanti ai problemi del nostro tempo. Certo, sino all’ultimo, non mancheranno i difensori dell’arcadia. Ma la verità è che gli artisti più vivi e sensibili, per un verso o per l’altro, oggi finiscono per trovarsi inevitabilmente alle prese coi temi più brucianti e più attuali, con le preoccupazioni che dominano la coscienza contemporanea. Così è per Iros Marpicati, un pittore dell’ultima generazione che, attraverso varie inquietudini di natura intellettuale e morale, tutt’altro che finite, è arrivato ad una espressione allarmante dei motivi che agitano la nostra storia. Nei suoi quadri egli affronta infatti quello che è il nodo di tutte le questioni della società moderna: l’integrità dell’uomo e ciò che la minaccia. Le sue tele sono un’immagine drammatica di questo conflitto che vede l’uomo aggredito, lacerato, traumatizzato dall’ingranaggio mostruoso, cresciuto a vista d’occhio, della nostra civiltà della tecnica, dei consumi, delle programmazioni: un ingranaggio anonimo, che va occupando ogni giorno di più gli ultimi spazi di libertà, usurpando ogni margine d’indipendenza. Gli assurdi meccanismi, le gigantesche e complicate viscere metalliche che, nei suoi quadri, afferrano, travolgono e ingoiano l’uomo, non sono dunque che la rappresentazione emblematica di una condizione reale. Sono macchine misteriose, labirintiche, macchine che nessuno ha mai visto: ma se per un momento riuscite a chiudere l’orecchio ad ogni altro rumore diversivo, forse ne potete udire il rombo cupo e incessante fuori e dentro di voi [...].

Milano, maggio 1964